Mostre >> Archivio Mostre >> Archeologia del Presente
 

Flavio Favelli è uno scultore che costruisce o ricostruisce luoghi pubblici: nel senso però che restituisce alle persone luoghi che prima di essere nella realtà sono incubati nelle pieghe della memoria. Partendo da qui, da questo mondo virtuale del rimosso, a poca distanza dall’oblio, egli ritrova (come Proust) qualcosa del nostro passato: un universo familiare e condiviso che comunque ci appartiene ancora, nella doppia dimensione di memoria e di desiderio, tra il feticcio e il reperto. Egli ha la forza di voltarsi indietro, non per un desiderio di nostalgia anacronistica nei confronti di una tradizione passata. Come scrive Benjamin il suo desiderio (magari malinconico) è quello di ricomporre l’infranto, cioè i pezzi frammentari della nostra storia, una storia che è fatta non solo di memorie e di affetti, ma anche di cose, di oggetti, di architetture e di design.

Anche Davide Rivalta si azzarda a entrare in un territorio che solo apparentemente può apparire anacronistico. E pur evidenziando formalmente e con la scelta programmatica del genere e del soggetto un suo legame con la tradizione e il linguaggio classico dell’arte – uno è il figurativo e l’agreste, nell’altro caso si tratta di animali e nature morte, ovvero paesaggi arcadici e landscape naturalistici –, la sua opera è del tutto figlia della nostra epoca. Quella di Rivalta è infatti un’opera che incorpora il linguaggio plastico moderno di Fontana e quello dell’Arte povera, così come il gesto informale e quello performativo; ma poi di questo nostro tempo senza centralità assume il progetto centrifugo tipico di molti artisti che attraverso l’arte vogliono conoscere il mondo di fuori e con esso l’altro, il diverso, sfidando categorie e ideologie, il progresso e la tecnologia, l’idea di evoluzione meccanicistica e consumistica. Rivalta cerca gli animali ma in definitiva cerca il loro ambiente, e la scultura vive soprattutto dal momento in cui – almeno dal punto di vista dell’arte – è restituito allo spettatore qualcosa di originario e fondativo. Un’esperienza che qui è quella della natura (vista dalla parte dell’altro). Ancora una volta la natura, dunque, ma come desiderio di un diverso umanesimo. Un umanesimo uscito dall’orbita del moderno e del postmoderno. Rivalta restituisce a tutti noi un mondo quasi perduto in cui la relazione tra soggetto e oggetto è possibile a partire dal ribaltamento delle logiche di interpretazione e della prospettiva con cui ci impossessiamo del mondo. Siamo noi gli altri, i diversi: siamo noi a essere guardati. Quasi intrusi o marziani nella natura. E questa stessa sensazione ci accompagna anche nel mondo delle opere, nell’universo dell’arte. Sono le forme, le materie, le decisioni formali che ci interrogano.

Anche Paola De Pietri cerca l’altro e il diverso: prima di tutto cerca un tempo diverso. Per lei fotografare significa darsi la possibilità di rallentare il battito del tempo, il fluire delle visioni, l’impressione della realtà stessa. Questo rallentamento apre inedite esperienze: lascia varchi all’altro, all’inatteso. È ancora l’epifania, cioè il manifestarsi di un diverso tempo dell’esserci. Un esserci che sembra connotarsi immediatamente di un’aura speciale, come direbbe Walter Benjamin. Osservando il mondo con questo tempo (la famosa durata di cui parlano sia Merleau-Ponty sia Roland Barthes) è come se le cose potessero ancora situarsi in una magica e sorprendente distanza, un’insopprimibile distanza che le rende anche icone.
E come icone, le cose di Paola De Pietri, appaiono ritratte con ferma attenzione per il dettaglio e la veridicità, eppure si sostanziano di una indimenticabile ma significativa figuratività metafisica. Sono forme del figurale piuttosto che riproduzioni figurative. Allora le cose, i paesaggi o le persone che abbiamo di fronte sono più vere del vero, sono esattamente dove ha inizio e corso la loro autenticità, la loro fondazione ontologica. Nominarle significa vederle e incontrarle non nel nostro universo di controllo ma in una zona franca, spostata piuttosto verso l’al di là che di qua, laddove è il fondamento originario, quel loro essere nonostante noi. In uno spazio ma ancor più in un tempo che è quello originale del loro venire al mondo.

Anche Paola De Pietri, allora, parte dall’arte per andare verso il mondo, per restituire, attraverso la bellezza e la verità, un’occasione di conoscenza precedente o estraniante. Il nome delle cose, questo è il progetto di Paola De Pietri è un omaggio a questa terra e anche un lavoro sui fondamenti del linguaggio visivo, anzi sul linguaggio stesso in un’estensione concettuale e formale che abbraccia le osservazioni logico-metafisiche di Wittgenstein, quelle fenomenologiche di Merleau-Ponty, e quelle socio-politiche di Michel Foucault.

 

Visualizza la Galleria Fotografica