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  GLORY III  IL PRIMO CIELO  
  di Pietro Fortuna
  a cura di Alberto Fiz 
  7 giugno - 3 luglio 2012
 

 E se il compito dell'arte fosse quello di riconoscere un cielo alle cose? A suggerirlo è l'installazione realizzata appositamente per il MARCA da Pietro Fortuna. Quei fasci di fiori compressi tra due grande lastre di vetro creano un evento in grado di riflettere il cielo. 
L'opera esiste solo in quel luogo e con esso condivide il proprio destino passeggero, la propria presenza transitoria. 
All'interno di un sistema dell'arte dove, spesso, l'oggetto appare come inutile feticcio, come simulacro di un vetusto ready-made, Glory III-Il primo cielo s'impone come precisa necessità, come processo ineluttabile che passa attraverso la forma e il pensiero in base alla concretezza di un fatto che trova la sua verifica nella fase stessa in cui si rivela.
Per Pietro Fortuna l'arte non ha nulla di salvifico o di celebrativo, ma ha l'esigenza di occuparsi dello stato delle cose e della loro manutenzione ordinaria in una verifica che, come lui stesso afferma, contempla “la nudità stessa della cosa, la pura evidenza che fa di ogni cosa qualsiasi cosa, forma, materia, movimento.” 
L'artista non cerca il riscatto e non ha la presunzione di modificare il corso degli eventi. Il suo compito, semmai, è quello di saperli cogliere senza alcuna ostentazione.
Di fronte ad un sistema estetico spesso ipertrofico che danza intorno ad oggetti consolatori e magniloquenti, Fortuna si lascia sedurre dalle cose minime, “dalla misura scandalosa del poco”, senza provare un sentimento di pietas ma, semmai, di rinnovato stupore per eventi negati e, spesso, messi ai margini che lui stesso provoca con sottile sarcasmo. 
Se le immagini bulimiche del circuito mediatico, sovrapponibili e contradditorie, suscitano la nostra indifferenza in un cerimoniale oramai logorato, Fortuna evita il vaniloquio e va incontro al destino delle cose effimere e fragili senza interrompere il flusso, ma scegliendo di mettersi in ascolto, testimone di un processo che va oltre il visibile e prevede la sparizone. Una sparizione che non significa annullamento, ma “irrevocabile esistenza che affonda nell'eterno, che non si offre a noi ma c'invade nell'ignoranza della nostra paura.” E' inutile chiedere all'arte un risarcimento consolatorio. Siamo tutti sotto il primo cielo e rimaniamo in attesa che le cose accadano.   

Alberto Fiz



Glory raccoglie un ciclo di esposizioni realizzate con l’intento di ripercorrere in forma tematica l’intero corso del mio lavoro. Dopo il Tramway di Glasgow e il Macro di Roma viene presentata, con la cura di Alberto Fiz, la terza mostra della serie intitolata Il primo cielo.
Al Tramway prima e al Macro successivamente ho voluto dimostrare l’incapacità dell’arte di esercitare una funzione salvifica sul mondo attraverso quei modelli di enfatizzazione della promessa che fissano il loro compimento sempre oltre se stessi. Un esercizio, questo, che indica l’arte come l’evento privilegiato, in cui le cose diverrebbero altro, come ipoteca sul futuro e sul destino della nostra esistenza.
Con Il primo cielo voglio far valere, invece, l’incondizionata identità e indifferenza delle cose di cui l’arte deve semplicemente prendersi cura. E non appropriarsi del loro presunto divenire attingendo da un anonimo e casuale accadere, ma testimoniare il fatto che qualcosa accade, e accade nelle forme e nel pensiero di un contatto inderogabile e singolare.
Il primo cielo è la nudità stessa della cosa, la pura evidenza che fa di ogni cosa qualsiasi cosa, forma, materia, movimento. È lo stare senza volontà delle cose trattenute in se stesse, né remote né in anticipo rispetto alle nostre intenzioni, ma solo date al loro stesso apparire. Un apparire insieme al loro cielo mutevole e, allo stesso tempo, unico e necessario; per un contatto imperfetto, per un incontro senza tempo, per una sosta sempre revocata da quella stessa libertà di cui sono fatte le cose, che non ammette vuoti, amnesie o ritardi, né un fondo a cui ancorarsi.
Qualcosa che ci dice che la loro esistenza è irrevocabile e affonda nell’eterno, che rende vana la nostra volontà di trattenerle sul filo di un orizzonte da cui possiamo trarle per edificare nuovi scenari. Un’esistenza, quella delle cose, che non si offre a noi, ma ci invade, sopraggiunge nell’ignoranza delle nostre paure o della nostra meraviglia.
L’opera che presento in quest’occasione - dei fasci di fiori compressi tra due grandi lastre di vetro - sembrerebbe risolversi nelle ragioni stesse di un evento elementare dove il peso, la forza e la materia si combinano reciprocamente. Se non fosse che ogni manifestazione ci appare come l’effetto di una produzione; di un qualcosa che supera, che eccede la semplice evidenza delle cose. Un fatto che riteniamo compiuto non in sé, ma rispetto al risultato di una nostra interpretazione e oltre il quale c’è già l’ombra del vuoto, del nulla da cui sono attese nuove rappresentazioni. Forse così si spiega l’affanno dell’arte a narrare, imitare e dare un cielo alle cose.
La meraviglia, la sorpresa di poter esercitare il pensiero sino a esaurirsi spinge il sublime oltre il bello nella presunzione di poter rappresentare la verità nella potenza, nella forza di valere, ma la verità non fa nulla per mostrarsi, è pura presentazione della libertà. Ecco perché le cose, nella loro insondabile misura che annulla ogni contatto e ogni intervallo, sono il loro stesso cielo.

Pietro Fortuna